Facebook, da social network a cassa di risonanza dell’odio: come è avvenuta questa trasformazione

comment facebook est passé d’un réseau social à une caisse de résonance de la haine : retour sur les mécanismes et les choix qui ont favorisé cette transformation.

Da piattaforma concepita per mantenere i legami tra le persone care, Facebook è diventato uno spazio in cui i contenuti che suscitano forti reazioni possono ottenere una visibilità considerevole. Questa evoluzione, portata alla luce dai documenti interni resi noti nel 2021, si spiega con il ruolo assunto dagli algoritmi, la ricerca dell’engagement e le scelte commerciali dell’azienda. Il film The Social Reckoning si ispira a questa inchiesta per esaminare le conseguenze di un sistema che può amplificare la rabbia, la disinformazione e i discorsi d’odio.

All’inizio, ritrovare i propri cari

Al momento del lancio, Facebook si presenta innanzitutto come uno strumento di connessione. Vi si ritrovano amici, compagni di classe o familiari e si condividono notizie, foto e opinioni con una cerchia relativamente ben definita. La piattaforma facilita scambi che esistevano già offline, permettendo al tempo stesso di riallacciare i rapporti con persone perse di vista.

Questa funzione relazionale non è scomparsa, ma si è progressivamente inserita in un contesto molto più ampio. Facebook è diventato un’azienda globale, uno spazio di intrattenimento, uno strumento pubblicitario e, per una parte significativa dei suoi utenti, una fonte di informazione. Il feed delle notizie, quindi, non si limita più a mostrare i post delle persone care: seleziona, ordina e consiglia contenuti in base a criteri concepiti per trattenere l’attenzione.

Questo cambiamento è al centro di The Social Reckoning, il nuovo sguardo di Aaron Sorkin sull’azienda, a quasi sedici anni da The Social Network. Ispirato ai Facebook Files, la raccolta di documenti interni resa pubblica in seguito all’inchiesta del Wall Street Journal nel 2021, il film si concentra sugli effetti della piattaforma, ormai diventata un attore di primo piano nello spazio pubblico.

Quando l’engagement diventa il parametro principale

Per una piattaforma finanziata principalmente dalla pubblicità, il tempo trascorso a consultare il feed e le interazioni con i post hanno un valore economico. Più gli utenti guardano, commentano, condividono o reagiscono, più Facebook ha occasioni di mostrare annunci e raccogliere dati sui comportamenti. L’engagement diventa così un indicatore essenziale delle prestazioni del servizio.

I feed delle notizie sono ordinati da sistemi di raccomandazione che cercano di prevedere quali contenuti potrebbero interessare a ciascuna persona. Questi meccanismi possono favorire i post che suscitano rapidamente reazioni forti. Un’informazione equilibrata o complessa a volte attira meno commenti di un messaggio provocatorio, allarmistico o accusatorio. Quando le interazioni fungono da segnale di rilevanza, i contenuti che suscitano rabbia possono quindi godere di una diffusione più ampia.

Il problema non risiede soltanto nell’esistenza degli algoritmi, ma anche negli obiettivi che ne guidano la progettazione e nel modo in cui se ne misurano gli effetti. Un sistema ottimizzato per massimizzare le reazioni non distingue sempre l’interesse duraturo per un’informazione dall’indignazione che essa provoca. Può quindi dare maggiore visibilità a contenuti fuorvianti o ostili, anche quando la loro diffusione nuoce alla qualità degli scambi.

Le rivelazioni dei Facebook Files

I documenti interni al centro dei Facebook Files hanno alimentato interrogativi su ciò che l’azienda sapeva delle conseguenze delle proprie scelte. Frances Haugen, ex specialista dei dati presso Facebook, ha trasmesso migliaia di documenti al giornalista Jeff Horwitz del Wall Street Journal. Gli elementi pubblicati hanno messo in evidenza, tra l’altro, le preoccupazioni interne riguardo al modo in cui alcuni meccanismi di raccomandazione potessero amplificare contenuti polarizzanti e contribuire a effetti negativi su gruppi di utenti, tra cui gli adolescenti.

Queste rivelazioni hanno anche portato al centro dell’attenzione la questione della responsabilità dell’azienda. Sapere che un sistema può produrre effetti indesiderati non significa necessariamente che ogni post dannoso sia voluto o che ogni conseguenza sia prevedibile. Ma solleva una questione fondamentale: cosa fa una piattaforma quando dispone di elementi che mostrano come i suoi prodotti possano favorire la diffusione di contenuti pericolosi e alcune misure correttive rischiano di ridurre l’engagement?

In The Social Reckoning, Aaron Sorkin mette in scena l’incontro tra la whistleblower e il giornalista che indaga su questi documenti. Il racconto sposta l’attenzione dalla creazione del social network al suo funzionamento su vasta scala: le decisioni prese da un’azienda potente, i dati che ne rivelano gli effetti e la difficoltà di far ascoltare le segnalazioni provenienti dall’interno.

La concorrenza e la svolta della viralità

La trasformazione di Facebook è avvenuta anche in un contesto di forte concorrenza. Man mano che nuove piattaforme attirano gli utenti, il social network cerca di mantenere la loro attenzione. Nel 2018, mentre le abitudini cambiano e nuovi servizi guadagnano terreno, Facebook modifica, tra l’altro, il modo in cui il suo feed privilegia i contenuti che suscitano interazioni.

In un contesto simile, la viralità può favorire i messaggi che provocano una reazione immediata. I contenuti concepiti per irritare, sconvolgere o dividere — talvolta definiti con l’espressione rage bait — possono ottenere molti commenti e condivisioni. Questa dinamica non significa che tutti gli utenti cerchino lo scontro, né che ogni post popolare sia d’odio. Mostra piuttosto che un sistema incentrato sulle reazioni può offrire vantaggi in termini di visibilità ai contenuti più emotivi.

La rabbia diventa così una risorsa per catturare l’attenzione. Può mobilitare comunità, inasprire le contrapposizioni e trasformare il feed in uno spazio di confronto ripetuto. Le raccomandazioni personalizzate possono anche intrappolare alcuni utenti in ambienti in cui le loro convinzioni vengono costantemente confermate, mentre i punti di vista divergenti appaiono loro in forma semplificata o ostile.

Dalla polarizzazione online alle conseguenze offline

I social network non agiscono da soli e non determinano meccanicamente i comportamenti politici. Possono tuttavia accelerare la circolazione di voci, facilitare il coordinamento dei gruppi e rendere più visibile una retorica aggressiva. Quando informazioni fuorvianti vengono riprese da un post all’altro, la loro ripetizione rischia di conferir loro un’apparenza di credibilità, anche in assenza di verifiche.

The Social Reckoning collega il funzionamento della piattaforma a eventi politici, in particolare all’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio 2021. Il regista sceglie di non incentrare il racconto su una personalità o su uno schieramento politico specifico: l’accento è posto piuttosto sull’aumento dell’odio e sui meccanismi che possono amplificarlo. Questa scelta mette in luce una questione più ampia del solo dibattito di parte: come regolamentare spazi digitali in cui la circolazione dei contenuti supera rapidamente confini e contesti locali?

Questo interrogativo si inserisce in un dibattito internazionale sulla moderazione e sulla libertà di espressione. Negli Stati Uniti, le discussioni sui poteri delle autorità e sui limiti del loro intervento nelle interazioni digitali si riaccendono regolarmente, come illustra questo articolo sulle conseguenze di una decisione della Corte Suprema riguardante l’amministrazione Biden e i social network.

Moderare le piattaforme: un equilibrio difficile

La moderazione comporta scelte complesse. Una piattaforma deve limitare i contenuti che minacciano le persone o incitano alla violenza, evitando al tempo stesso di rimuovere indebitamente opinioni lecite. Deve inoltre tenere conto delle differenze linguistiche, di contesto e giuridiche tra i vari paesi. Le decisioni di moderazione possono essere criticate sia perché considerate troppo deboli sia perché ritenute eccessive o parziali.

Le risposte normative variano da uno Stato all’altro. In Brasile, per esempio, la Corte Suprema ha rafforzato le regole che disciplinano la responsabilità dei social network, un’evoluzione che illustra la crescente pressione esercitata sulle piattaforme affinché rispondano maggiormente dei contenuti diffusi attraverso i loro servizi. Il dibattito riguarda anche la scelta delle istituzioni di essere presenti su determinate piattaforme: in Svizzera, alcuni funzionari federali si sono chiesti se continuare a essere attivi su X, come riporta questo articolo sulla riflessione dei decisori della Berna federale sulla loro presenza sul social network.

Anche le misure adottate dalle piattaforme vengono osservate attraverso la lente della censura. Le proteste contro il blocco o la limitazione di canali YouTube mostrano quanto la moderazione possa diventare una questione politica, soprattutto quando governi o gruppi contestano le regole applicate. La manifestazione descritta in questo articolo su una protesta a Mosca legata alla censura di canali YouTube illustra la difficoltà di distinguere tra regolamentazione, moderazione e controllo dell’espressione.

Una piattaforma diventata uno spazio pubblico

Facebook non è più soltanto una rubrica digitale. I suoi gruppi, le sue pagine e i suoi feed delle notizie ospitano conversazioni personali, campagne di attivismo, notizie giornalistiche e dibattiti politici. La piattaforma contribuisce così a plasmare il modo in cui milioni di persone scoprono le notizie e reagiscono agli eventi.

Questa evoluzione rende più importanti le scelte tecniche. L’ordinamento dei post, le raccomandazioni e gli strumenti di condivisione influenzano la visibilità dei messaggi, anche se gli utenti restano liberi di scegliere cosa consultare e diffondere. Il social network è diventato un ambiente in cui si intrecciano relazioni umane, ma anche un sistema di classificazione e distribuzione dell’informazione, come descrive questo viaggio nell’universo digitale delle connessioni umane.

La trasformazione descritta da Aaron Sorkin è dunque il risultato dell’incontro di diversi fattori: un’azienda che dipende dall’attenzione, algoritmi che classificano i contenuti, una concorrenza costante tra piattaforme e una circolazione dell’informazione diventata istantanea. Una rabbia isolata può essere amplificata da condivisioni, commenti e raccomandazioni; ripetuta e messa in scena, può contribuire a instaurare un clima di sfiducia e polarizzazione.

Le critiche rivolte a Facebook, quindi, non riguardano soltanto singoli post. Concernono l’architettura del servizio e gli incentivi che determinano quali contenuti emergono nei feed delle notizie. Ponendo al centro del suo racconto le rivelazioni interne e il lavoro giornalistico, The Social Reckoning interroga il potere di una piattaforma capace di trasformare interazioni ordinarie in un flusso globale di informazioni, emozioni e controversie.

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